NUTTATA / reading
traduzione dal napoletano del capolavoro di koltes

NOTTATA / traduzione dal napoletano

Da La notte poco prima delle foreste di Kolter

Tu giravi l’angolo della strada quando ti ho visto, pioveva, questa cosa non è a nostro vantaggio quando piove sui capelli e sui vestiti, ma ci ho provato lo stesso e adesso che siamo qui, che non voglio guardarmi, basterebbe asciugarmi un poco, tornare giù per rimettermi a posto – almeno i capelli, per non ammalarmi; ci sono andato giù proprio poco fa, per vedere se era possibile rimettermi a posto, ma giù ci stanno gli stronzi, che stanno appostati: giusto il tempo di asciugarmi i capelli, loro non si muovono, loro stanno ammassati, loro ti buttano gli occhi dietro le spalle, e sono risalito un’altra volta – giusto il tempo di pisciare – con i miei vestiti bagnati, resto così fino a quando non trovo una stanza: adesso che ci sistemiamo da qualche parte, mi tolgo tutto, è per questo che cerco una stanza, perché da me non è possibile, non ci posso tornare – non per tutta la notte, però – è per questo che tu, quando giravi, laggiù, l’angolo della strada, che ti ho visto, ho corso, io, moi, io pensavo: niente è più facile da trovare che una stanza per una notte, una parte della notte, se davvero la vuoi, se provi a chiederla, malgrado i vestiti e i capelli bagnati, malgrado la pioggia che toglie le forze se mi guardo nello specchio scrostato – ma, anche se non vuoi, è difficile non guardarsi, con tutti questi specchi scrostati che stanno qui, dentro i bar, dentro i motel-hotel, dobbiamo metterceli dietro le spalle, come qui dove stiamo adesso, dove loro guardano te; io, moi, io me li metto alle spalle, sempre, pure a casa mia, ma stanno dappertutto, partout, come qui, fin dentro i motel-hotel, centomila specchi scrostati che ci guardano, stiamo attenti – perché io ci vivo dentro i motel-hotel da sempre, dico io: da me, per abitudine, ma è un hotel, tranne stasera che non è possibile; se no io sto là, e se entro dentro una camera di motel-hotel, è una cosa così vecchia d’abitudine che in una battuta d’occhio la faccio diventare davvero casa mia, con quei petit riens, quelle cose piccolissime, che fanno come se ci avessi vissuto da sempre, che fanno la mia camera abituale, dove io, moi, io vivo, con tutte le mie abitudini, tutti gli specchi nascosti e niente più, al punto che, se qualcuno, così, da un momento all’altro, volesse farmi vivere dentro una camera di casa, mi potrebbe dare qualunque appartamento, come gli appartamenti dove stanno le famiglie, io ne farei, entrandoci, una camera di motel-hotel, solo per il fatto di viverci, per via dell’abitudine – mi si desse pure una specie di capanna piccolina, come quelle delle fiabe, in fondo a una foresta, con tante travi di legno, il camino, mobilia mai vista, centomila anni di vecchiaia, quando ci entro io, con niente e in un attimo, te la faccio diventare tale e quale a una camera di motel-hotel, dove mi sentirei a casa mia, io nascondo il camino dietro la mobilia ammucchiata, faccio sparire le travi di legno, cambio lo stile di tutto, butto via tutte quelle cose che non si vedono da nessuna parte, fuori dalle fiabe, e quegli odori particolari, gli odori delle famiglie, delle pietre vecchie e del legno nero di centomila anni di vecchiaia che si prendono gioco del tempo, che ci rendono stranieri, che non possono mai farti credere di essere a casa, butto via tutto, e con loro il vecchio, perché sono fatto così, non mi piace quello che mi ricorda che sono straniero; ebbene, io, moi, io un poco lo sono, è certamente visibile, non sono del tutto di qui – era visibile, in tutti i casi, a quegli stronzi giù, ammassati dietro le spalle, dopo la pisciata, mentre mi stavo lavando il cazzo – ma sono tutti così, stronzi francesi, non sono capaci di immaginare, perché non hanno mai visto uno che si lava il cazzo, quello, per noi, è tradizione antica, papà me l’ha insegnato, da noi si fa sempre, e io, moi, io continuo a farlo dopo una pisciata, e mentre mi lavavo, quieto quieto, poco fa, nel lavandino di sotto, sentendo dietro di me tutti questi stronzi appostati, ho fatto come se non capissi, ho fatto lo straniero, che non capisce niente della lingua francese di questi stronzi, e io li sentivo, lavandomi: “Che può mai fare, questo buffo straniero? – Fa bere il suo cazzo. – Come può essere, far bere il proprio cazzo?”. Come se non capissi niente di quello che dicevano, e io, moi, io, quieto quieto, continuavo a dargli da bere, perché quegli stronzi francesi dietro di me si chiedessero fra loro, riuniti dietro le mie spalle davanti ai lavandini: “Come può un cazzo bere, e soprattutto, come può avere sete?”. È possibile, eccome no! Poi, quando ho finito con lui, ho attraversato quell’assembramento, sempre come uno straniero che non avesse capito niente di quello che dicevano, è facile per moi, non sono del tutto di qui, di sicuro si vede, quegli stronzi francesi senza immaginazione non si erano sbagliati, e, malgrado tutto, ho corso dietro a te, quando ti ho visto girare l’angolo della strada, malgrado tutti questi fetenti che stanno per strada, dentro i bar, nei sotterranei dei bar, qui, dappertutto, malgrado che piove, malgrado i vestiti bagnati, ho corso, non soltanto per la stanza, non soltanto per il tempo di questa notte in cui cerco una stanza di motel-hotel, ma ho corso, corso, corso, perché stavolta, girata la strada, non mi ritrovassi dentro una strada vuota di te, perché stavolta non trovassi soltanto la pioggia, la pioggia, la pioggia, perché stavolta trovassi te, dall’altra parte della strada, e potessi gridare… potessi gridare… compagno!, che ti potessi prendere il braccio: compagno, sì, compagno, che ti potessi avvicinare: compagno! Fammi accendere, non devi pagare niente, compagno, non va bene girare da queste parti, stasera, né per te né per me, questa pioggia sporca, questo vento sporco, questo incrocio sporco, e non ho sigarette, ma mica era per fumare che ti dicevo: fammi accendere, compagno, era per dirti: che schifo di quartiere, che schifo quest’abitudine di girare da queste parti (che schifosa maniera di abbordare), e pure tu te ne vai camminando, con i vestiti tutti bagnati, ti può arrivare una malattia, no, non ti chiedo nemmeno la sigaretta, compagno, non fumo nemmeno, non devi pagare niente per stare qui, né fuoco né sigarette né soldi (non ti voglio far scappare e stasera non sto a guardare cento in più o cento in meno) e ho i soldi per un caffè, te lo pago io, compagno, piuttosto che camminare con questa luce sporca, ed è proprio perché non devi pagare niente che mi sono messo a parlare – può essere che io abbia una maniera tutta particolare di parlare alla gente, ma alla fine a loro non costa niente (non parlo della stanza, compagno, della stanza per passare la notte, perché pure i tipi più istruiti si tirano indietro, non ti voglio far scappare e allora non parliamo della stanza, compagno), ma ho un’idea – vieni, non stiamo qui, ci prendiamo le malattie, è sicuro – niente soldi, niente lavoro, questo non aggiusta le cose (non li cerco nemmeno, non è proprio questo che sto cercando, la verità), è che ho quest’idea, prima di tutto, e te la devo dire, tu, io, toi-moi, che andiamo per questa maledetta città senza un soldo in tasca (te lo pago io il caffè, non ti preoccupare, non mi sto tirando indietro), perché basta una battuta d’occhio per capire che di sicuro non sono i soldi quelli che ci inchiodano a terra, né a te né a me!

 

E insomma io, moi, ho quest’idea, compagno, per quelli come te e me, che non abbiamo soldi né lavoro, che poi queste cose non le cerco nemmeno più, – e poi, sul lavoro, noi, là fuori, senza niente in tasca, non pesiamo molto, basta una soffiata di vento per farci volare via, solo inchiodandoci potrebbero obbligarci a restare sulle impalcature: una raffica di vento e voleremmo via, leggeri – quanto a lavorare, dentro la fabbrica, io, moi, io mai! Non è facile da spiegare, pure per me non è facile, senza mischiare niente, ma la mia idea è come… non è una religione, non è una stronzata che si racconti così o cosà e poi tutto resta tale e quale, non è politica, e soprattutto non è un partito o cose del genere, tipo i sindacati che sanno tutto, che hanno visto tutto, a cui non sfugge niente; se ci metti pure la mia idea non c’è più posto, no, niente a che vedere, la mia idea non c’entra niente con queste cose qui, stai tranquillo: è una cosa necessaria per difenderci, per la difesa, perché noi di questo abbiamo bisogno, no? La difesa! Tu, può essere, che pensi: io no!, e invece ascolta me che ti dico: può essere che sono io che ti ho abbordato, che fossi io quello che aveva bisogno di una stanza per questa notte (no, compagno, non ho detto che ne ho bisogno), può essere che sono io che ti ho chiesto: compagno, fammi accendere, ma non è sempre quello che abborda il più debole, l’ho visto subito, che tu non mi sembravi forte, laggiù l’ho visto, a girare tutto bagnato, no forte, a dire la verità!, malgrado tutto, e ho delle risorse, le riconosco subito, io, quelli che non sono forti, da una battuta d’occhio, dalla camminata soprattutto, quel modo di camminare nervoso, come fai tu, quella schiena nervosa, e quel modo che hai di muovere le spalle, nervoso, qualcosa nella camminata in cui non mi sbaglio, e poi questa figura, piccola, né sciupata né altro, ma nervosa!

 

Come te: qualcosa nella figura, nella faccia, in cui io non mi sbaglio, nemmeno quando camminano dondolandosi sulle spalle come fanno i magnaccia, ma i magnaccia pieni di nervi, certi ragazzetti tutti disinvolti, ma sputati d’un colpo fuori dalle gonne della mamma, con tutti i pettorali così, che fanno ballare come se niente fosse, sotto la pioggia, ma io la vedo subito quella nervosità là, che non si può nascondere – perché tutta quella che è nervosità, quella viene dalla mamma, è la mamma loro, quei ragazzetti, non la possono nascondere, qualunque cosa facciano – io invece ho piuttosto il sangue, e la carcassa, le ossa, i muscoli, tutto quello che viene da papà, i nervi non mi disturbano mai, perché mio padre era uno molto duro, era uno che non si arrovellava coi nervi a forza di pensare, che niente lo disturbava, un uomo tutto ossa, muscoli, un uomo di sangue, si potrebbe chiamare: l’esecutore, e pure a me mi si potrebbe chiamare: l’esecutore; è proprio per questo che la politica, i partiti, i sindacati che ci sono adesso, e gli sbirri, l’esercito, che sono tutti politici, non è quello che voglio, tutto questo è tutto troppo aggrovigliato per colpa della testa, e con la loro testa vi incollano dentro la fabbrica, e la fabbrica, io, moi, io mai! In tutti i modi, loro finiscono per incollarvi dentro la fabbrica, ma l’idea che ti dico io è: un sindacato su scala internazionale – è importantissimo, la scala internazionale (ti spiego, per me pure, è difficile da capire bene), – ma non politica, soltanto difesa, io sono fatto per la difesa, e allora là mi potrei dare pienamente, fossi quello che esegue, dentro il sindacato su scala internazionale per la difesa dei ragazzetti fragili, figli espressi di mammà, con la camminata piena di nervi, che girano e rigirano, tutti soli, dentro la notte, col rischio di prendersi malattie sporche – è là che io vedo l’inutilità della madre: vedi bene l’inutilità di tua madre… quella prima ti dà un sistema nervoso, e poi dopo ti lascia, sotto una pioggia sporca, sopra un incrocio qualunque, senza forze, senza sospetto, perché lo vedo che tu non hai sospetto, piccolo e nervoso come sei, tu non sai il sospetto, perciò tu pensi che gli stronzi non stanno là, che non si occupano di te, io lo so che ci stanno, e poco fa io stesso ne ho incrociato uno di loro, ho rischiato di farmi fregare, ragazzino come te, allora adesso li vedo dappertutto, stanno qui, ci toccano, i peggiori stronzi che tu possa immaginare, che ci fanno vivere la vita che viviamo: per me, io li credevo come fantasmi, invisibili, nascosti là sopra, sopra i padroni, sopra i ministri, sopra tutti quanti, con quelle facce da killer, maniaci, gente che vuole che tu cambi idea, con certe facce che non sono facce vere come la tua e come la mia, senza faccia e senza nome: il clan di quelli che ti fottono, degli inculatori nascosti, dei viziosi senza pentimento, freddi, calcolatori, tecnici, il clan piccolo dei tecnici bastardi che decidono: la fabbrica, e silenzio! (e la fabbrica, io, moi, io mai!) In fabbrica e state zitti (e se voglio gridare?), la fabbrica e state zitti, è l’ultima parola! – ce l’hanno davvero l’ultima parola, quei quattro inculatori che comandano per noi, là sopra, organizzati fra loro, calcolatori fra loro, tecnici su scala internazionale – la scala internazionale! L’idea mia è un sindacato internazionale: è una cosa fondamentale, la scala internazionale, ti spiegherò – ma adesso siamo fregati!, o è la fabbrica, o diventare leggeri, come te, come me, per farsi portare via dalla prima soffiata di vento, perché: che possiamo fare, tu, io, moi-toi, quando loro tengono nelle loro mani ministri, sbirri, soldati, padroni, le strade, gli incroci, la metro, la luce, il vento, e se vogliono, là sopra, ci possono spazzare via come si fa con la polvere del mondo? Che potrei fare io, moi, contro di loro, se non l’idea del sindacato? Non te ne accorgi tu, come me poco fa, eppure adesso stanno là, ci cercano, sono scesi giù e ho rischiato di farmi prendere, perché i peggiori stronzi che puoi pensare prendono le forme più strane, i modi più strani, ah, se venissero, loro, d’emblée, se si capisse subito chi sono, li potremmo battere, ma i modi che prendono, le forme che prendono, il modo in cui ci sfidano con certe facce a cui non si può resistere e senza nemmeno che te ne accorga ti ritrovi fregato dalla peggiore schifezza – ma come puoi capire? Io non potevo, io, moi: se avessi potuto immaginarlo, l’avrei creata così, come la vedevo quando l’ho abbordata: piccola, tutta bionda coi ricciolini, né troppi ricciolini né troppo bionda, giusto quello che ci voleva per crederci e perché fosse impossibile non seguirla, e quando l’ho abbordata: non hai da accendere, per favore, compagna, pardon… no, non l’ho chiamata compagna, come l’ho chiamata? con certi occhi che guardano come si può solo immaginare, che facevano scintille tale e quale a come l’avessi creata io, per prendere il volo, una sera in cui tutto è deserto-vuoto e non succede niente; ma ci sono altre sere, malgrado la pioggia, malgrado questo schifo di luce e la notte che rende tutto più difficile, in cui certe ragazze arrivano – non una a caso, ma tante, una dopo l’altra, sempre più belle, ma non belle come pensi tu, belle che non è possibile, da farti impazzire, da farti sempre più pazzo, da un momento all’altro ragazze impossibili, che non si sa quando finiscono, sono sempre di più, ti senti volare, non si pensa nemmeno più, perché ci sono ragazze che ti passano davanti! E quando pensi che è arrivato il meglio, che si può diventare ancora più pazzi a guardarle, arriva una come quella, per cui lasciare tutto e correre dietro a lei è una necessità, dimenticandoci che la pioggia e la mancanza di soldi ci tolgono le forze, ma quella, per forza devi andarle dietro per abbordarla, con quei capelli, quegli occhi abbassati sui nostri piedi, con quell’aria senza forza e senza troppi ricciolini: compagno! – sta proprio qui il punto: compagno! – è là che ci aspettano, là dove ci facciamo fregare come gli ultimi degli stronzi: se avessi potuto sapere che stava dall’altra parte, che era una schifezza – vieni con me, tesoro, stasera diamo la caccia al topo – se avesse tenuto la bocca chiusa… io non avrei mai saputo che una bocca come quella poteva sputare merda…

 

(Prima, quando lavoravo, credevo che tutti quanti, pure le ragazze che se ne vanno camminando la sera, fossero uguali, e che fosse possibile parlare con loro, era solo questione di provarci, tutte tranne il clan piccolo degli stronzi con le facce da inculatori, ma adesso credo che siano passate tutte dall’altra parte, non correre mai più dietro a una ragazza per diventare pazzo), lei non mi conosceva perché questa luce ci fa tutti uguali – on chassera le rat, minet, et puis, tu resterai avec moi! -, lei me lo dice vicino vicino, dentro un bar curioso dove mi aveva portato (per mano, attaccata a me, pronta a passare tutta la notte con me, a portarmi dentro la stanza sua, le piacevo di sicuro, prima che io non mi stancassi di sentire tutte quelle stronzate sue, prima che lei non si stancasse delle mie parole, ci piacevamo e basta), ma mancò poco che lei non capisse chi ero io, moi – “la nuova forza siamo noi”, mi diceva, e pure io avrei dovuto essere dei loro – e l’avrei voluto pure io, perché quegli occhi ti facevano volare, perché la più schifosa delle porcate tecniche e internazionali ha preso forme così, hanno fatto passare tutti quanti dall’altra parte, pure quelle ragazze incredibili che ti fanno impazzire, ma io ho avuto paura di quello che mi diceva, e di come me lo diceva, la maniera che teneva per dirmelo e da cui non potevo fare a meno di sentirla, lei continuava a non sapere chi ero, dentro quel bar curioso – vieni con noi, tesoro! – e ci sarei cascato, come l’ultimo degli stronzi, se, al momento giusto, non mi fosse uscita di bocca (più forte, più forte di quanto avrei voluto) la verità su chi ero: io, moi, io compagno, ecco chi sono, straniero io stesso, membro del sindacato internazionale, e il resto appresso, e ora statti zitta o ti spacco la faccia – e gliel’avrei spaccata davvero, se non avesse avuto attorno a sé tutti i suoi compagnielli, i cacciatori di topi del venerdì sera, un esercito di gatti-bianchi armato fino ai denti, io, moi, io solo, straniero contro di loro, dove mi ero andato a mettere come l’ultimo degli stronzi? Con questa luce che mi aveva confuso, ma se, prima di gridare, al momento giusto, lei si fosse messa a cantare? Sì, invece di vomitare tutte queste cose (perché si fidava di me), avrebbe potuto cantarmi tutto, io non avrei potuto fare niente, sarei stato d’accordo su tutto, solo a sentire il suono che aveva la sua voce se si fosse messa a cantare, io, moi, avrei nascosto pure chi ero, avrei detto oui, yes, ja a tutto!, alla forza nuova, alla fratellanza, ai fascisti, ai monarchici, all’Occidente, ai cacciatori di topi, agli inculatori organizzati, alla gente internazionale che ti fotte, io avrei seguito quello che voleva lei, avrei dato la caccia a quelle che mi domandava lei, perché era bella come non si può dire, dopo la caccia, perché avrebbe fatto correre tutto, perché se avesse cantato, avrebbe cantato in una maniera! Che avrei dovuto fare? Chiudermi le orecchie? Se mi avesse cantato nelle orecchie, che avrei dovuto fare? Fuggire? Se mi avesse messo una mano sulla coscia, che avrei dovuto fare? Tagliarmi la coscia? – o tagliare me?

 

È là che ci fottono, come all’ultimo degli stronzi, allora, ce la dobbiamo attaccare, dobbiamo fare a meno pure di quello, per stare sicuri di non farci fregare! Noi, compagno, dobbiamo fare a meno di tutto e ce la dobbiamo attaccare stretta stretta: il punto fondamentale, dentro la mia idea del sindacato, sarebbe di non arraparsi mai più, per sempre e dappertutto, fino a quando tutto è comandato dal clan piccolo e segreto, che controlla i ministri, gli sbirri, i soldati, il lavoro, fino a quelle schifezze piccoline coi capelli biondi ricci ricci e con quella camminata così leggera che non ci si crede, ma qui, come tutti quanti, sono passate dall’altra parte, non arrizzarsi mai e non sborrate mai, trattenere tutto, qualunque fosse il prezzo, perché è là che ci spiano, fino a che l’idea mia del sindacato a scala internazionale non arriva, e allora tutto sarà nostro, i bar, le strade, le puttane, le schifezze bionde e le loro armi, la terra sana e il cielo sano, e allora i topi saranno contenti, compagno, sarà il turno nostro, e io, moi, io, l’esecutore, fatto d’ossa, muscoli e sangue, sempre vuoto di tutte le cose, sempre obbligato a trattenermi, finalmente spacco la faccia senza controllarmi, e vado cercando dappertutto dove stanno adesso, quelli che mi sputavano addosso? E me li ritroverò tutti quanti un’altra volta, sarà l’ora nostra per non trattenerci più, compagno: rompetegli la testa, adesso, arrapatevi, arrizzatevi più di quello che potete, tutto quello che avete stipato fino a ora, mandatelo a fanculo, stringete le mani su quelle gole da killer e quelle facce da gagà, loro che facevano i paria fra loro e se la godevano sulle nostre spalle da tanto tempo – ma direi pure: se vi capita di vedere da qualche parte, girando e girando ancora, certe spalle larghe come quelle dei magnaccia, uno di quei ragazzetti nervosi, sputato d’un colpo dalle gonne della mamma, lasciato là sopra un angolo di una strada, senza difesa, senza ragione, che gira e cammina ancora a maniera dei magnaccia, allora lasciatelo stare, non lo picchiate, non lo toccate, è un bambino che dobbiamo ancora difendere – è questa l’idea mia, e stai sicuro che allora sarà finita con questo girare a vuoto, anche se adesso stiamo senza soldi, senza lavoro, se io sto senza una stanza di motel-hotel per dormire stanotte, e che tu, per il momento, non ti fidi, e se ti domandano: chi è lo straniero che sta con te?, tu rispondi: non lo so, non lo so, e se insistono tu devi dire: non lo so, è uno che mi ha abbordato in mezzo alla strada mentre giravo l’angolo e mi ha domandato una camera per passare la notte, nemmeno tutta la notte, prima non l’avevo mai visto, perché ho visto, da lontano, che eri un ragazzino, una specie di loulou lasciato all’angolo della strada, che basta un soffio di vento per portarlo via, e quando corre, una volta, due volte, tre volte, non c’è più niente che una strada vuota e la pioggia, però, stavolta, non ti ho voluto lasciare, non ho lasciato niente al caso, mi sono preparato: evitavo che quegli stronzi mi chiudessero la strada, mi mettevo dietro di loro, facevo finta di sentire le loro stronzate, d’accordo su tutto, quelle stronzate che si dicono, là fuori, tutte le notti, malgrado questo schifo di pioggia e la luce così triste, sono stronzate che stanno solo dentro la loro testa, e se si vuole dare ragione a tutti quanti, si deve dare fiato alla bocca senza dire niente, si devono inventare certi colori, allora io inventavo, nascondevo la mia lingua straniera dando fiato alla bocca su tutte le cose, sui problemi generali, sulle questioni più particolari, la moda, la politica, mi sono comportato bene, col vento dietro le spalle, tenevo sempre la schiena girata dall’altra parte del vento per non innervosirmi quando dovevo avvicinarmi a te, e mi dicevo: niente è più facile che sentire il vento, e sapersi mettere di lato perché non dia fastidio – niente mi poteva tradire, il mio cazzo straniero l’avevo nascosto bene, tenuto bene, con la mano sempre sulla patta e mi stipavo la voglia di andare a pisciare, perché se no là sì che mi avrebbe tradito, così, per distrazione, a dargli da bere, perché là mi avrebbero conosciuto, senza speranza, come straniero a loro, ma per il momento io mi comportavo bene, dentro quella luce sporca che non fa vedere niente, che fa di tutta questa gente che parla e parla, dentro i bar e in mezzo alla strada, fratelli con gli stessi occhi e gli stessi pensieri, pensieri che stanno dall’altra parte, gli occhi miei nascosti cercavano al di fuori di loro, e tenevo la schiena voltata contro il vento come loro, sorridente, e dicevo SI a tutto, già mezzo ubriaco di pensieri aggrovigliati, pensavo: il mio sta dall’altra parte e lo devo nascondere, e quando ti ho visto, ho corso, corso, corso, ma nessuno mi ha fermato, mi ero preparato, mi ero messo dalla parte loro, avevo sentito nascondersi la mia differenza, e adesso la mia corsa li prende in contropiede, sto già all’angolo della strada quando si svegliano, quando mi riconoscono come straniero, e mi mettono addosso la loro cattiveria, si preparano a fottermi da qualche parte, laggiù, mentre io, moi, ti avvicinavo già, e ti dicevo: stavi girando l’angolo della strada quando ti ho visto, scusa, sto mezzo ubriaco, non devo essere un bello spettacolo, ma ho perso la mia stanza, cerco una stanza per la notte, una parte della notte, perché tra un momento non sarò più ubriaco, giusto cinque minuti – insomma ti dicevo che ero ubriaco e domandavo cinque minuti, la testa con una parte piena di stronzate, con quell’altra piena di te, che io, moi, non provavo neppure a guardarti tanto ero confuso, ancora, dalla moda, dalla politica, dai mesi – quando lavoravo, il mio stipendio era un uccello strano che entrava, che chiudevo dentro una stanza, ma appena aprivo la porta, da un momento all’altro se ne volava e non tornava mai più, e non potevo fare altro che piangere tutto il resto del tempo, ora non lavoro più – ma continuavo a non guardare il ragazzo che tenevo per il braccio serrato dentro la mia mano: cinque minuti, per fare passare l’ubriachezza, poi ci sediamo, il caffè lo pago, lo faccio sedere davanti a me, davanti allo specchio scrostato che tengo dietro le spalle, dimenticandoci di tutto, questo schifo d’acqua, questo schifo di luce, i flâneur che si vendono e i colori piagnucolosi che mi hanno messo in testa, e lo guardo, mi permetto di guardarlo malgrado i capelli sempre bagnati, malgrado i vestiti che non si asciugano, aspetto dopo tutto questo di riprendere le forze un’altra volta – cerco una stanza per mezza notte, perché la mia non la trovo più: ho voluto domandare a te quando ti ho visto che stavi girando l’angolo della strada, per niente al mondo l’avrei domandata a uno di quegli stronzi che perdevano tempo con me, pure se a loro non assomiglio proprio (si vede), ma perdevo tempo con loro per tanti perché, sempre guardandomi una metà di me che cercava ancora una stanza dove non restare accatastato come uno stronzo, costretto a nascondere di essere straniero, obbligato a parlare di moda, di politica, di mesi, di cucina, questi stronzi francesi con le facce loro e tutti con gli stessi pensieri si mettono con le spalle contro il vento e parlano di mangiare, e io che dicevo di SÌ, perché volevo essere libero di correre, correre, correre, io che non mangio, io che non mangio niente, che divento sempre più leggero, che non mi ingrosso per poter cercare nascosto quello che sto cercando, al di fuori dei mangiatori appostati là fuori in cerchio, fuori, dentro i bar, dicevo di SÌ, di SÌ, e mi ubriacavo del mangiare che dicevano, sentendo che il vento dietro di me mi faceva cadere, mi avrebbe alzato in aria se non mi fossi tenuto a quei mangiatori ingrassati e appiccicati a quelle stronzate, mi avrebbe portato via tanto io diventavo leggero, proprio come le correnti d’aria ti facevano sparire dietro l’angolo della strada, quando ti ho visto, una volta, due volte, tre volte, vedendo da lontano che sei ancora un ragazzino, allora ho lasciato tutto, il vento mi ha alzato e ho corso, sentendo appena la terra sotto di me, veloce come te, senza problemi stavolta, finalmente sono riuscito ad acchiapparti: non prendermi per ricchione, compagno, solo perché ti corro dietro, ti prendo per il braccio, ti fermo, ti parlo senza sapere chi sei, ma ti conosco abbastanza bene, compagno, per dirti una cosa – una ragazza su un ponte – una cosa che non mi posso tenere – che poi, qua, quale ricchione si metterebbe ad abbordare uno senza soldi, con i vestiti e i capelli bagnati? Adesso tu mi vedi così, con la testa non tanto a posto (ma ha da passare), con la prima occhiata io, moi, ho visto subito che tu, tu eri un tipo a posto a cui si può parlare: il nome non lo so, quello che mi ha detto non era un fatto suo, allora non ti dico neanche com’era fatta, nessuno deve sapere mai chi ha amato e con chi, tutta la notte, sopra un ponte; tu cammini in un posto qualsiasi, una sera, per caso, vedi una jeune fille, una ragazza piegata giusto sull’acqua, le vai vicino, così, lei si gira, ti dice: “My name is Mamà, il mio nome è Mama, don’t tell me your name, non mi dire il tuo”, tu fai silenzio, e le dici: dove andiamo? e lei: “where would you go? Dove vorresti andare? We stay here? Restiamo qui, no?”, e tu resti là, fino a che fa giorno e lei se ne va, io le domando per tutta la notte: chi sei? dove stai? che fai? dove lavori? quand’è che ci vediamo un’altra volta? Lei dice, affacciandosi sull’acqua: non me ne vado mai, da qui vado là, da un ponte all’altro, risalgo il canale, torno al fiume, vedo le barche, spio la terra sotto l’acqua, mi siedo sulla riva o vedo l’acqua, posso parlare solo sopra i ponti o in mezzo all’acqua, là posso andare, in un’altra parte starei morta, mi annoio tutto il giorno e, tutte le sere, torno là, vicino all’acqua e non ci lasciamo più fino a che non viene il giorno – e poi se n’è fuggita e l’ho lasciata fuggire, senza muovermi (la mattina, sul ponte, c’è un sacco di gente, gli sbirri), fino a mezzogiorno sono rimasto sul ponte, non lo so il nome suo e io non le ho detto il mio, nessuno ha da sapere chi ha amato chi, una notte, stesi su un ponte (a mezzogiorno è pieno di rumore, di sbirri, non si può restare, senza muoversi, in mezzo a un ponte), allora per tutta la giornata ho scritto sui muri: mama i love you, mama te quiero, mama je t’aime, mama ich liebe dich, sopra tutti i muri, perché lei non poteva non vederlo, mi metto sopra il ponte, mama, tutta la notte, il ponte dell’altra notte, tutta la giornata, ho corso come un pazzo: mama, mama, mama, e dentro la notte ho aspettato in mezzo al ponte, e quando ha fatto giorno io ho ricominciato un’altra volta a scrivere sui muri, tutti i muri, perché fosse impossibile che lei non li vedesse: torna sul ponte, torna una volta sola, una sola volta piccolina, torna un minuto perché io ti veda, mama, mama, mama, mama, mama, mama, mama, ma ho aspettato come uno stronzo una notte intera, due notti, tre notti e più, ho controllato tutti i ponti, ho corso sopra uno e sopra un altro, trentuno ponti, senza contare i canali, e non l’ho trovata mai più, piegata sopra l’acqua… e adesso, io, moi, io quelle storie mi buttano a terra, perché tutto si confonde quando si va troppo lontano, so di una donna che è morta perché tutto era andato così lontano, questo mi butta a terra, quanta gente morirebbe se fosse più facile, quanta gente andrebbe più lontano se sapesse come si fa, se non avesse paura del modo, perché non stiamo mai sicuri che ce la possiamo fare, può durare pure un sacco di tempo, e il giorno che troviamo un modo dolce e sacro per tutti quanti, ci sarebbe un massacro per storie come questa che vanno sempre lontano, un massacro sacro, sicuro, come quella donna che è morta perché si mangiava la terra, lei va nel cimitero, scava le fosse vicino alle bare, prende la terra con le mani, la terra più nera e se la mangia – storie come questa, se le pensi, ti mandano fuori di testa – perché la terra del cimitero, quella che tocca le bare: tu che rinfreschi i morti, tu che tieni quest’abitudine sacra di rinfrescare tutte le cose e senza tornare indietro, rinfresca una buona volta la pazza che sono! – chi gliel’ha detto che una cosa di questo genere avrebbe funzionato? a questa puttana pazza che si mangiava la terra fino a morire nel cimitero dove io, moi, l’avevo vista bene – che qualcuno le ha raccontato questo colpo di teatro, mi butta a terra, sarà stata un’altra vecchia puttana pazza, bien sûr, una che scrive ricette – un massacro sacro e dolce! – ma mica tutto il mondo si mangiasse la terra, se si trovasse un modo (al posto della terra, una polvere leggera leggera, che non si senta passare, gratis per tutto il mondo, e che ci rimetta a posto quando le cose vanno troppo lontano) tutti quanti si rinfrescassero per la minima storia, perché, se li lasciamo fare, i piccoli, i piccoli vanno lontano, e vi confondono completamente; eppure, quello che ti dico, era una puttana, l’avevo vista, una notte, dentro la via delle puttane, a una finestra del quarto piano, e ci sono andato dietro fino là, fino al cimitero, come si può credere che questo è di una puttana?, pure loro diventano pazze, adesso ti faccio vedere la finestra, allora io, adesso, sono piuttosto per: scopare e scappare: ti va bene? andiamo! – e poi fuggire prima che lei si metta a parlare, o io, faccio quello che non capisco, sennò quella si mette a parlare fino a quando non ti butta a terra, e allora mi piace di più una scopata e una fuga: ti va bene? Ok! -, e poi fuggi, allez, proprio prima delle frasi, quelle frasi là… che adesso non me ne ricordo neanche una… E poi una volta basta per sapere quello che dobbiamo sapere, per sapere quello che c’è da sapere, potresti campare cento anni con una ragazza senza sapere niente di più di quello che già sapevi la prima volta, ecco perché mi piace così: ti va bene? andiamo! – e dopo non ci sto più, sapendo quello che c’è da sapere, pensando quello che c’è da pensare, tenendo la mia idea, perché, compagno mio, che ti credi? per farti un’idea su uno te la devi fare! Cent’anni con una ragazza senza scopare, e non saprai mai niente, là ti fanno uscire pazzo, che ne puoi sapere di lei con le frasi, se non sai com’era prima, se non sai come si muove, come respira, se parla e fa la stupida, o se, al contrario, tu le piaci davvero e lei sta zitta, si trattiene, sta zitta per te e per lei, che ne vuoi sapere di una se non sai come respira dopo una scopata, se tiene gli occhi chiusi o aperti, se non ti metti a sentire, per molto tempo, il rumore e il tempo che ci mette per un respiro, dove gira la faccia e com’è in questo momento, più il tempo è lungo in cui lei respira e tu la stai a sentire, senza muoverti, il respirare, più tu sai tutto di lei; ma appena apre gli occhi, si raddrizza, si appoggia sul mento, ti guarda, comincia a respirare come tutte quante, apre la bocca e vedi le frasi che si preparano a uscire fuori, allora io, moi, me ne fuggo, è giusto? Ma quella sera io stavo solo dentro quella via di puttane, una sera di venerdì, quando lavoravo ancora ma la mattina dopo non lavoravo, allora alzo gli occhi, e vedo, alla finestra del quarto piano, la testa di una puttana pazza – se vuoi ci andiamo a vedere questa finestra, solo io non ci vado, mi butta a terra, specialmente una sera come stasera, non che io abbia più paura del venerdì sera rispetto alle altre sere, au contraire, adesso che non lavoro più, mi dispiace pensando a com’era il venerdì sera e la notte dopo, quando non si lavorava il giorno appresso e la gente tiene tutta la fatica in faccia ma non vuole crollare, si aggrifa, si scatena, tutti quanti che urlano e dicono che vogliono spaccare tutto, qui, i ragazzi urlano assai, ma ci mettono tempo per picchiarsi – nel mio paese, si picchiano subito, senza urlare, noi non siamo vergognosi; qui invece ti fanno chilometri di domande: tu veux quelque chose? Tu disais quelque chose? Qu’est-ce que tu as à me regarder comme cela? Che hai da ridere? Mi tocchi? – e se tu lo tocchi, ti domanda per chilometri di tempo se lo stai toccando veramente, prima di spaccarti la faccia, io, lo picchio subito senza vergogna, mi puoi credere, ma è là sopra che io sto guardando, a una finestra del quarto piano, a una puttana pazza che apre la finestra, guardando lui, gettando gli occhi sopra le spalle sue, apre piano piano, sparisce e poi torna, con la testa sempre più pazza, e un mucchio di vestiti in mano, adesso andiamo subito a vedere dove stava, se non hai paura, e con me non hai da avere paura, se mi parlano di spaccare io a loro, loro che dentro quella via di puttane videro un ragazzo che cade dal quarto piano come una busta in mezzo al marciapiede, una giacchetta rossa che vola come un paracadute, una mutanda e una camicia leggere come la seta, che si impigliano ai lampioni, la cravatta che dondola, tutti quanti con gli occhi su quella puttana pazza alla finestra, che vede i vestiti cadere – adesso sta nudo, tutto a fuori! quello si è andato a mettere con una pazza, dicono tutti quanti, dentro la via, che guarda il marciapiede e il resto dei vestiti che sventola come bandiere sui lampioni, come si può credere che questa è una puttana?, ormai pure le puttane diventano rischiose, e chi ci possiamo fidare più? pensano tutti quanti, tanto che finiscono per dubitare perfino della via delle puttane, dove devo andare? dove dobbiamo andare? si dicono tutti quanti tirandosi per il bavero, e girandosi l’uno con l’altro – dove devo andare, adesso, dove dobbiamo andare, si dicono, come se, là sopra, gli avessero preparato una cartina dei posti dove devono stare dentro la settimana, con le porte che ogni venerdì si aprono sulla via delle puttane o sul resto, e se no: dove andare, nessuna soluzione, e, io, moi, ho trovato, da quando non lavoro, tutta una serie di zone che quegli stronzi hanno segnato per noi, sulle mappe loro, dove ci chiudono dentro con una matita, le zone di lavoro per tutta la settimana, le zone per le motociclette e quelle per fare l’amore, le zone per le femmine, le zone per gli uomini, le zone per i ricchioni, la zona della disperazione, la zona del parlare, la zona del dolore e quella del venerdì sera, la zona del venerdì sera che ho perduto da quando ho mischiato tutte le cose e che vorrei trovare un’altra volta perché io ci stavo bene, così tanto che non so nemmeno come dirtelo, ma da quando non lavoro più e si è mischiato tutto sulle cartine loro, tutte le sere ho cercato il venerdì sera dove stavo bene, senza lavorare il giorno dopo, ho scopato sopra un ponte, ho camminato per quartieri stranieri, solo come non si può dire, vieni con me e ci ritroviamo là, non averne paura, perché io, moi, picchio senza pensarci due volte, e che il venerdì sera, con la fatica loro e la faccia loro, i tipi arrapati che hanno più paura di me e di te, urlano di paura, si picchiano per la paura, con la paura dentro le mani, dentro le cosce, dentro la bocca, in mezzo alle cosce, paura che non li guardiamo, paura che ridiamo di loro o che non si pensi niente di loro, paura dei loulou, ragazzetti tali e quali a loro, e ancora più paura di quelli che non sono tali e quali a loro per niente, tu vieni con me, ti faccio vedere la finestra dove la puttana guardava i vestiti che si muovevano, e allora potresti vedere un uomo, incazzato, coi capelli alzati in testa, che se ne fugge, e la voce della puttana dietro: è nudo sotto il cappotto, è nudo sotto il cappotto! – e lui prende la giacchetta, i pantaloni, la camicia, tutto arrabbiato, e la mutanda e la cravatta che volano appese al lampione come bandiere e tutti quanti alzano il bavero e si domandano: dove devo andare? dove dobbiamo andare? La puttana tedesca gli corre dietro come una pazza, pure lei tutta nuda, tu vedi l’uomo che sale nella macchina, accende il motore, e la puttana si attacca alla portiera, sale sul cofano: non ve ne andate, non lo lasciate partire! – E l’uomo, ancora più arrabbiato, se ne va lo stesso, se ne vanno tutti quanti cercando dove andare, dove dobbiamo andare, mamma mia, se pure le puttane, come si può credere questo di una puttana, allora lei si lascia cadere a terra davanti alla macchina, si mette davanti alle ruote, e l’uomo, arrabbiato, si deve fermare, suona il clacson come un pazzo, ma la puttana si è coricata davanti alla macchina, tutti quanti col bavero alzato se ne vanno: aiuto, aiuto, non lo lasciate partire! – non c’è più nessuno, solo qualche puttana, di sicuro è stata una di loro che le ha dato la ricetta: vai al giardino, la terra rinfresca gli uomini e le ragazze pazze, chi le ha detto che funzionava così?

 

E adesso il pensiero di tornare in quella via mi butta a terra, perché mi metto sempre a domandare: la sapete la puttana tedesca? quella morta perché si è mangiata la terra? La terra! die Erde! la terra dei morti, la terra mia… la sapeva la puttana del quarto piano? Mi prendono per pazzo, per cacciarmi vanno a chiamare i magnaccia, ma intanto l’ho vista, morta, al cimitero, e adesso, compagno, solo a pensarci mi prende una malattia, se non fosse per i soldi me ne fuggirei (se sapessimo dove andare), mi fa venire voglia di stare dentro una stanza, compà, dove potessimo parlare, qui non ci arrivo a dirti quello che ti devo dire, dobbiamo andare da un’altra parte, senza nessuno intorno, senza pensare ai soldi e a questo schifo di pioggia, quieti, magari seduti sull’erba o cose così, senza sbatterci più, con un sacco di tempo davanti, con l’ombra, allora direi: è casa mia, ci sto bene, mi metto steso e ciao, ma questo, compà, non è possibile, l’hai mai visto un posto dove ti lasciano stare quieto, l’hai mai visto un posto dove ti fanno mettere steso e ciao? Non si scordano mai di te, compà, non c’è niente da fare, si occupano di te, te lo mettono in culo, non puoi stare mai quieto, bisogna che traslochi, ti dicono: va’ là e tu ci vai, va’ là-bas e tu ci vai laggiù, sposta il culo di là, e tu fai le valigie; quando lavoravo, passavo il tempo a farmi le valigie: il lavoro sta sempre da un’altra parte, si deve cercare sempre da un’altra parte – non c’è mai il tempo di spiegarsi, di liberarsi, di stendersi sull’erba e dire: ciao, invece ti fanno sfrattare a calci in culo, il lavoro sta laggiù, e ancora più laggiù, più lontano e ancora più lontano, ti porterebbero fino al Nicaragua, allora, pure perché quelli dei paesi così li prendono a calci in culo fino a quando non sbarcano qui, pas question: senza una parola, senza dormire, senza aeroplano, se vuoi lavorare; allora, se uno li lascia fare: noi, gli stronzi di qua, ci facciamo prendere a calci in culo fino al Nicaragua, e gli stronzi di laggiù si fanno fottere e vengono qua, e intanto il lavoro, quello, sta sempre da un’altra parte, e non puoi mai dire: sto a casa mia e ciao (tanto che io, quando lascio un posto, ho sempre l’impressione che quello è casa mia più della casa dove sto andando, e quando ti prendono a calci in culo un’altra volta e tu te ne vai un’altra volta, là dove stai andando sarai ancora più straniero, e così continuando: tu sei sempre più straniero, tu sei sempre meno a casa tua, ti menano sempre più lontano, e tu sai sempre meno dove vai, e quando ti giri, compà, quando guardi indietro, c’è sempre, per sempre, il deserto), ma fermiamoci con un bel respiro e diciamo: andatevene a fanculo, non mi muovo più e mi dovete stare a sentire, se ci corichiamo una buona volta sull’erba e ci prendiamo il tempo di spiegarci, che tu racconti le storie tue e quelli che sono stati sfrattati a calci in culo dal Nicaragua (o non so da dove) le storie loro, che ci diciamo che siamo più o meno tutti stranieri ma ciao, adesso, stiamoci a sentire, quieti, tutto quello che abbiamo da dire, allora si vede bene, e l’ho visto, che loro se ne fottono della faccia nostra, io, moi, io mi sono fermato, sono stato a sentire e dico: non voglio lavorare più, tanto questi se ne fottono di noi, a che serve che il Nicaragua venga fino a qua, a che serve che io vada fino al Nicaragua, visto che è tutto tale e quale, e quando lavoravo ancora, ho parlato dell’idea mia del sindacato internazionale a tutti i presi a calci in culo sbarcati – non so dove – per cercare lavoro, e loro mi hanno ascoltato, e io ho sentito i Nicaragua che parlavano della casa loro, laggiù, c’è un vecchio generale che sta giorno e notte al limite della foresta, gli portano da mangiare perché non se ne può andare, e gli portano le munizioni quando non ne tiene più, e mi parlavano di questo generale coi suoi soldati che si mettono tutt’intorno alla foresta, laggiù, e sparano contro tutto quello che vola appena sopra le foglie, contro tutto quello che sta al limite, contro tutto quello che non ha i colori degli alberi o non si muove alla stessa maniera, loro, mi hanno ascoltato e io ho ascoltato loro, e mi sono detto: dall’altra parte tutto è tale e quale, più mi lascio prendere a calci, più sarò straniero, loro finiscono qua e io laggiù, – laggiù dove tutto quello che si muove sta nascosto nelle montagne, nell’acqua, nelle foreste, per mentre c’è un generale con tutti i suoi soldati che corrono in mezzo alle montagne, controllano il bordo dei laghi, il limite della foresta, sparando a tutto quello che si muove, a tutte le cose che non hanno lo stesso colore e movimento delle pietre, moi, ho sentito questo e mi sono inchiodato a terra, non mi muovo più, io dico: qui, qui, è casa mia, se non c’è lavoro, non lavoro, se il lavoro mi deve far uscire pazzo e mi deve mettere nel culo, non lavoro mai più, voglio dormire, mi voglio spiegare una volta e per sempre, voglio l’erba, voglio l’ombra degli alberi, voglio gridare e voglio poter gridare, pure se mi sparano addosso, perché prima o poi così finisce: e se uno non è d’accordo, se vuole parlare, si deve nascondere in fondo a una foresta, e sta’ sicuro che lo ammazzano a colpi di mitraglietta appena vedono che si muove, ma pazienza, meglio così, almeno ti avrei detto quello che ti volevo dire, qui, qui non ce la faccio, ma da qualche parte, dentro una stanza dove si potesse passare la notte, anzi mezza notte, perché me ne andrei prima che facesse giorno, prima che tu non ce la facessi più, me ne andrei per tempo, prima che ti venisse voglia di fuggire, perché se tu ti rompi il cazzo, prima del tempo che ci vuole (per dirtelo), e mi lasci in mezzo a una stanza, guarda che io, moi, non sono il tipo sensibile a cui una cosa di questo farebbe qualcosa (tu puoi fare quello che vuoi), però io li conosco quei tipi duri, i più duri che ci stanno, non sono quaquaraquà, che non hanno paura del sangue, né sensibili né niente (il genere di tipo duro che non vorresti mai che fosse in tua presenza quando stanno male, da un momento all’altro, con tutto quello con cui possono giocare senza pensare a niente che non sia un loro capriccio, e tutti quegli stronzi di francesi pronti a sborrarsi il loro capriccio dentro al loro angolo e niente qua gl’impedisce di fottere dappertutto, e a noi ci ride la bocca di sfregio loro), ma io tengo questi conti in testa, non dico che qua questo non funziona mai, ma io non posso mai davvero stare allegro con questi conti, anzi sto bene, assai bene, come adesso se tu non ce ne andiamo da qui, e se mi dai il tempo; ma dietro alla testa è sempre triste, non so nemmeno io come te lo devo dire, con questa storia pure se tu non ce la fai più (perché forse adesso non sono niente, ma un giorno…), e te ne potresti andare prima, allora, io non sono il tipo sensibile (tu puoi fare quello che vuoi), ma ti direi non so neanche io che cosa, che vorrei essere una cosa qualsiasi ma non un albero, nascosto dentro la foresta del Nicaragua, come un uccelluzzo che volesse volare sopra le foglie, e attorno a lui un esercito con le mitragliette puntate, che lo mirano e lo spiano, e quello che ti vorrei dire, non è che te lo posso dire, dobbiamo trovare un po’ d’erba dove mi possa stendere, con un cielo sano sano in testa, e l’ombra degli alberi, o una stanza dove ci possiamo rubare un poco di tempo, ma se credi che quello che cerco è solo una stanza, no, non ho… passato davanti a te, ho capito subito che tu sei un ragazzino, tutto ti passa vicino, e niente si muove, tutto prende una faccia brutta, io, moi, non vado davanti agli scostumati e non mi fermo a guardarti, che non cambia, e se non ci fossero questi problemi di denaro, comprerei una birra, piuttosto che il caffè – e allora staremmo bene davvero, a bere come ho voglia di fare da quando si è schiarita questa notte, ne ho bevuta già una, poi un’altra, forse tre, quattro o chi lo sa, tutti i soldi che volevo spendere li consumiamo adesso, e se non fosse che me li hanno fottuti prima, tenevo i soldi per bere tutta la notte, per tutte le birre che volevi tu, per stare bene, ma me li hanno fottuti in metro, una storia di merda, non tengo più niente, per tutta la serata mi restano solo gli spiccioli che avevo dentro la tasca davanti, giusto per due caffè, e gli sono corso pure dietro, magari li avessi chiamati, finché me li hanno fottuti, mi hanno pure spaccato la faccia, dentro il corridoio della metro ci stanno questi due ragazzetti, con una faccia che non ti puoi sbagliare, due imbroglioncelli, tutti messi a posto che cercano, che stanno per fare qualcosa, e corro dietro e dico: andiamo a farci una birra – due imbroglioncelli così eleganti che mi fanno venire la voglia di andare dietro a loro per dirgli: dammi i vestiti tuoi, le scarpe tue, la cintura tua, la faccia tua e poi vattene, tutto mi sarei preso volentieri, ma davanti a me, nel corridoio della metro, loro mi vedono nei vetri, si mettono d’accordo così, cominciano a parlare, sempre più forte, perché tutti debbano sentire, sempre senza guardarmi: chi vuole questo qui? ma che vuole questo? che sta cercando da noi? chi è questo ragazzo? perché rompe il cazzo? Mi buttano verso la porta: buttatelo fuori alla prossima e rompetegli la faccia, questo ricchione! allora io gli dico: ok, datemi i soldi e stiamo bene così, ma loro appresso appresso dicono: ricchione, che vuoi, ti rompiamo la faccia!, ricchiò, ma che vuoi, ti spacchiamo la faccia – nessuno si muove, nessuno ti crede per il fatto dei soldi, tutti quanti pensano al fatto del ricchione, e così mi faccio buttare fuori alla prima fermata senza che nessuno dica una parola, e quando hanno finito di spaccarmi la faccia, come all’ultimo dei ricchioni, se ne fuggono coi soldi miei; malgrado che io urli e nessuno mi pensi, là per là non mi muovo: calma, ragazzo, non ti eccitare, siediti sulla panchina e non ti muovere, resta là, io guardo, è questo, e va bene così, c’è una musica, lontano, dietro a me, uno che chiede l’elemosina proprio in fondo al corridoio, ok, ragazzo, soprattutto non ti muovere, e fai: sull’altro marciapiede, siediti, c’è una vecchia pazza appoggiata alla ringhiera, io tengo voglia di picchiare, il musulmano che canta le cose sue, per lui solo per lui, io tengo voglia di picchiare, chi ti prende alle spalle, quello che suona dentro il corridoio, la vecchia pazza in faccia, io mi sono rotto il cazzo di tutte queste facce e di tutto questo bordello, la ragazza con la camicia da notte, all’altro lato della stazione che continua a piangere, io voglio picchiare, picchiare la vecchia, il musulmano, i mendicanti, le piastrelle, i muri, i vagoni dei treni, i controllori, gli sbirri, picchiare, buttare le mani sulle macchinette, i manifesti, le luci, questo schifo di odore, questo schifo di rumore, e penso a tutta la birra che mi sarei bevuto e che mi berrei ancora, fino a che la pancia mia non ne potesse tenere più, io resto seduto con questa voglia di picchiare, compagno, fino a che tutto finisce, fino al momento in cui tutto si arresta, e, allora, in un momento, tutto si ferma, per davvero: i treni non passano più, il musulmano non canta più, la femmina là sopra finisce di respirare, e non si sente più la ragazza con la camicia da notte che si soffia il naso, tutto si ferma, di colpo, da un momento all’altro, fuori dalla musica lontana, e la vecchia pazza che ha aperto la bocca e si mette a cantare con una voce impossibile, il ragazzo suona, laggiù, senza fermarsi, e allora io penso, compagno, che forse questo era quello che cercavo, quel momento preciso in cui tutto si ferma e io resto seduto e non mi muovo più, e non devo più rincorrere niente, né la birra, né i soldi, né i magnaccia, né Mama, né la stanza del motel-hotel, sto tutto bagnato, mama, mama, mama, non dire niente, non ti muovere, ti vedo, ti amo, je t’aime, I love you, Ich liebe dich, te quiero… compagno, compagno, io, moi, cercavo qualcosa che fosse come un angelo in mezzo a questo bordello e tu stai qua, je t’aime… e il resto, la birra, la birra, e ancora io non so come potrei dire, questo sconvolgimento, questo bordello, compagno, e poi sempre la pioggia, la pioggia, la pioggia, la pioggia!

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